Breve storia dell’urbanistica peer-to-peer

 

Traduzione dall’inglese di Stefano Silvestri del saggio “A BRIEF HISTORY OF P2P-URBANISM” di Nikos A. Salingaros e Federico Mena-Quintero (Versione 4.0, ottobre 2010).

http://p2pfoundation.net/Brief_History_of_P2P-Urbanism

 

Indice

1 Contenuto.

1.1 Recenti sviluppi dell’urbanistica.

1.2 Il software open-source e i principi del P2P.

1.3 Nozioni di peer-to-peer.

1.4 L’urbanistica associata al peer-to-peer.

1.5 Modelli partecipativi per l’urbanistica e l’architettura.

1.6 Nuove possibilità per gli emarginati.

1.7 I possibili avversari dell’urbanistica P2P.

1.8 Conclusioni.

2 Ringraziamenti.

3 Note.

 

Contenuto.

L’urbanistica P2P (peer-to-peer) nasce nell’unione del movimento legato al software open-source con le nuove teorie urbanistiche, venendo così a costituire una nuova disciplina rivolta al soddisfacimento dei bisogni umani. L’urbanistica P2P si interessa degli sforzi cooperativi e creativi necessari a definire  un ambiente per l’umanità. Nel presente saggio si definiscono sia l’urbanistica P2P, come risultato di processi storici diversi, sia i conseguenti modelli di partecipazione creativa, indicando anche le possibili conseguenze derivanti dall’applicazione dell’urbanistica P2P nei diversi ambiti.

 

Recenti sviluppi nell’urbanistica.

La forma della città sviluppatasi nel corso del XX, e ora all’inizio del XXI secolo, è governata da una pianificazione su larga scala e di tipo centralizzato. Le “archistar” sono state i maggiori “riferimenti morali” per l’architettura e l’urbanistica: progettisti universalmente noti per le caratteristiche estetiche dei loro lavori, tanto da dominare pesantemente il mercato proprio a causa del loro stile “modaiolo”. Differenti modelli progettuali si sono imposti a partire dal secolo scorso, in tutti si rinnegano esplicitamente le forme architettoniche tradizionali, pure utilizzate con successo lungo centinaia se non di migliaia di anni. Tutto ciò con la sola motivazione di “non ripetere quanto già fatto in passato”.

Senza alcuna connessione con l’architettura degli edifici, i pianificatori dopo la seconda guerra mondiale utilizzarono concetti formalisti che vedevano la “città come macchina”, definendo codici urbani per garantire la trasformazione modernista delle città. L’industrializzazione di massa che si è verificata nel corso del XX secolo ha portato a un modello di sviluppo centrato sulle automobili, dove alcuni luoghi non possono neanche essere raggiunti a piedi. Piani di sviluppo delle città orientati solo alla speculazione, senza freno alcuno, hanno permesso la realizzazione di edifici con danni già ampiamente decritti: grattacieli con molta metratura vendibile ma devastanti per il tessuto urbano, abitazioni simili una all’altra ma che in realtà non soddisfano i bisogni di alcuno, zone destinate a uffici distanti dai luoghi in cui i lavoratori in realtà vivono. Tali ambienti sono già stati ampiamente criticati da studiosi quali Jane Jacobs, Christopher Alexander, Léon Krier, e altri.

Il new urbanism negli USA ebbe inizio con l’intento di costruire ambienti ed edifici migliori; ufficialmente il movimento nacque nel 1993 con la creazione del Congress for the New Urbanism (1). Il movimento si sviluppò come alternativa, a dimensione umana, alla pianificazione modernista delle città: mentre il modernismo si basa sui concetti di distanze, spazio, velocità, in modo accondiscendente verso le necessità delle macchine e dell’industria, il nuovo movimento si fa carico delle diverse richieste degli esseri umani. Fra l’altro, il new urbanism favorisce comunità basate sugli spostamenti pedonali (al cui interno le persone possono vivere, lavorare e socializzare senza dipendere in alcun modo dalle autovetture), e si fonda su una zonizzazione mista, non rigida tale da consentire lavoro, industria, residenza; realizzando il tutto attraverso edifici inseriti nel contesto alla giusta scala e che si rifanno in modo evidente a forme e tecniche tradizionali.

In Europa un simile movimento viene semplicemente definito “urbanistica tradizionale”. Entrambi questi gruppi di professionisti condividono la volontà di coinvolgere la comunità nella progettazione del proprio quartiere; al contrario di quanto avviene nei piani di sviluppo centralizzati, “mordi e fuggi”, che creano ampi complessi residenziali coinvolgendo poco o nulla i futuri abitanti o utenti.

Tuttavia, il new urbanism o l’urbanistica tradizionali si presentano ancora come pianificazioni definite centralmente e realizzate a larga scala, non consentendo che le scelte da operare nella costruzione vengano affidate agli utenti finali stessi. Si tratta in genere di un segno dei tempi, dato che le modalità esistenti di finanziamento, nel mondo delle costruzioni, finiscono con il favorire progetti di sviluppo a grande scala. Per gli urbanisti tradizionali un altro aspetto negativo della progettazione accentrata è da ricercarsi nella loro volontà, molto pragmatica, di connettersi all’ambiente esistente con quanto si realizza piuttosto che astrarsi completamente dal contesto.

A partire dal 2010, il new urbanism ha creato con successo molti spazi, nuovi e ristrutturati, adeguati ai bisogni umani. Il movimento si basa comunque ancora sulla progettazione e sul finanziamento centralizzati, lontano da una situazione ideale. All’interno del new urbanism ci si è resi conto di ciò, e si è tentato di promuovere processi di sviluppo decentrati, principalmente attraverso la pubblicazione dello “Smart Code” di Duany, Plater e Zyberk, disponibile gratuitamente su internet dal 2003 (2). I legami tra il codice DPZ e l’urbanistica P2P verranno discussi nel proseguo di questo saggio.

In tutto il mondo è evidente come le persone non sopportano più l’egemonia del pensiero modernista. Movimenti politici in Europa finalmente iniziano ad avere un ruolo attivo nel rinnovamento urbano. Abbiamo esempi in tutto il mondo della demolizione di mostruosi conglomerati abitativi, sostituiti da tessuti urbani a misura d’uomo e progettati da gruppi locali. Ciò ha comportato un brusco crollo della base su cui si fondava il potere della sinistra ortodossa, la quale ancora rimane ancorata a una visione del mondo burocratica e autoritaria. In molte situazioni, comunque, si è approfittato delle leggi vigenti per vincolare come “monumenti” degli edifici disumani, così da poterli preservare all’indefinito come segni di quanto voluto da progettisti e pianificatori. (Un tale fenomeno verrà ulteriormente analizzato nel capitolo “I possibili avversari dell’urbanistica P2P”).

Molti fra noi, operando all’interno delle discipline dell’urbanistica e dell’architettura, percepiscono che è giunto il tempo di modificare in modo drastico le modalità di progettazione e costruzione dello spazio in cui viviamo. Una tale determinazione giunge dopo un secolo di progettazione modernista, caratterizzata da decisioni imposte dall’alto e da realizzazioni energivore. Ora desideriamo che tutti abbiano gli strumenti per progettare e costruire il proprio spazio.

 

Il software open source e i principi del P2P.

Il software prodotto da società quali Microsoft, Apple, o Adobe in genere è proprietario e ha finalità commerciali: si paga un dato importo e si acquisisce così la licenza di utilizzo del software (non si diventa proprietari del software stesso), e le condizioni della licenza stabiliscono ciò che si può e non si può fare con il software.

In particolare, non è consentito riprodurre copie dei programmi acquistati; ad esempio per donarli agli amici. A volte non è consentito utilizzare il programma per un qualche dato utilizzo, tipo per un utilizzo commerciale. Per giunta, non è possibile modificare il software: è praticamente impossibile in quanto i programmi vengono distribuiti in formato binario, non come codice sorgente scritto da programmatori per la successiva compilazione tramite computer. Il codice sorgente diviene un segreto ben custodito. Se il software viene distribuito con il codice sorgente, lo è solo accompagnato da limitazioni sostanziali (tipo licenza solo per studenti), così che non si consente la diffusione del codice sorgente o versioni modificate dello stesso.

Nel 1983, con il nome di “Free software” nacque un movimento contro una tale modalità restrittiva di diffusione dei programmi, in cui il termine Free rimandava in particolare alla libertà e non solo alla gratuità. Un tale movimento ha portato oggi al software open source. Da notare che prima degli anni 70 il software poteva essere definito come “libero” in tutti i sensi: era distribuito come un componente necessario dei costosi computer di allora (che sarebbe stati inutilizzabili senza tali software), e agli utilizzatori ne era consentita la modifica. I programmi venivano così scambiati liberamente, in genere fra i ricercatori dell’epoca, al pari di altri strumenti scientifici. Così, possiamo dire che non sia del tutto nuovo il concetto di software liberamente distribuibile e modificabile.

Del software libero o open source è consentita la copia e la ridistribuzione, perfino la vendita. Si entra in possesso del codice sorgente originale e si è incoraggiati a studiarlo, modificarlo, migliorarlo, o a utilizzarne delle parti in altro proprio software. Viene permessa la distribuzione di versioni modificate. Infine, non viene proibito alcun utilizzo del software, potendolo utilizzare sia per finalità commerciali o militari.

A partire dal 1983, il software libero si è sempre più diffuso e migliorato, principalmente grazie a internet. Da quando è possibile diffondere con facilità software e codici sorgente, praticamente a costo zero (al contrario del passato quando occorrevano per copiare i supporti magnetici e la spedizione al destinatario!), la diffusione di un programma è divenuta naturale, così come modificare programmi per adattarli alle necessità.

La comunità del software libero o open source, così definita, a sua volta ha elaborato vari strumenti di comunicazione elettronica e collaborazione: blog, wiki, mailing list, condivisione di documenti in tempo reale, e altri strumenti che senza dubbio sono familiari a chiunque passi molto tempo on line. Il primo sistema wiki, creato da Ward Cunningham, nacque con l’intento di offrire un archivio di nozioni sul tema della programmazione per computer (3). Successivamente, Jimmy Wales ritenne un tale sistema adeguato per creare un’enciclopedia, e così nacque Wikipedia (4). Al giorno d’oggi, certamente Wikipedia si presenta come una fonte incredibilmente utile di informazioni per tutto il mondo, ed è stata costruita interamente da volontari.

 

Nozioni di Peer-to-peer.

I primi sistemi nati per la comunicazione globale vennero formati da gruppi di tecnici programmatori, con ben definiti interessi. Ad esempio, una larga maggioranza degli utenti della rete Usenet (un sistema di newsgroup in rete oggi pressoché scomparso) era interessato ad argomenti riguardanti l’informatica, pur offrendo all’interno molto spazio per gli appassionati di cinema, arti, … Per la prima volta nella storia dell’umanità si potevano facilmente trovare altre persone con gli stessi interessi, potenzialmente ovunque nel mondo.

Nel corso del tempo, si resero disponibili diversi sistemi di condivisione e comunicazione on line, utilizzati anche da chi non aveva l’informatica come interesse principale. Una tale opportunità finì con l’arricchire enormemente per qualità e quantità l’informazione disponibile, e diverse comunità on line si formarono come conseguenza di tutto ciò, ciascuna con differenti interessi e convenzioni.

Alcuni studiosi hanno analizzato il comportamento di queste comunità virtuali, trovando in tutte alcuni aspetti comuni. Condividono completamente le conoscenze, tendono alla meritocrazia piuttosto che a rigide gerarchie, e risultano diffuse ampiamente a livello geografico. Le comunità peer-to-peer si formano nel momento in cui le persone sono in grado di condividere informazioni in modo semplice e veloce. Le persone si “trovano” in rete sulla base dei propri comuni interessi. Ciò che inizia come un contatto via posta elettronica tra estranei, può svilupparsi in un gruppo di persone che si riconoscono in un comune interesse. Si possono formare anche sottogruppi tra persone che vivono in una reale prossimità geografica, in grado di collaborare insieme nel mondo “reale”, non solo quindi per impegnarsi in conversazioni virtuali. La P2P Fondation, guidata da Michel Bauwens (5), è la principale organizzazione che cura lo sviluppo delle nozioni e dei concetti P2P. Il movimento P2P è così nato in settori diversi dall’urbanistica: web, economia, tecnologie a libero accesso, industria, materiali open-source, ecc. Gli sviluppi del P2P in tali settori è determinato da spinte propulsive non presenti nell’architettura e urbanistica, in questi campi solo ora e in ritardo partecipiamo al movimento. Possiamo tracciare alcune similitudini tra la storia del software libero e open source e quanto esamineremo nel prossimo capitolo.

 

L’urbanistica associata al peer-to-peer.

Recentemente è emersa l’urbanistica P2P, movimento che si è sviluppato tra progettisti e urbanisti che per anni hanno lavorato in modo indipendente, senza rendersi conto che sforzi simili erano portati avanti in altre regioni del mondo o anche vicino a loro. (Qualche motivazione per un tale isolamento viene fornita anche nell’ultimo capitolo “Potenziali avversari dell’urbanistica P2P”). Chi collabora all’urbanistica P2P in genere costituisce un gruppo eterogeneo: chi si batte per la progettazione partecipativa e il coinvolgimento degli utenti nel progetto; new urbanist collegati all’omonimo movimento negli USA; estimatori di Christopher Alexander; attivisti urbani e altri. Con tempo, anche altri professionisti in altri settori entreranno in contatto con l’urbanistica P2P e utilizzeranno tali conoscenze in modo appropriato. I possibili settori di influenza includono la permacultura (che progetta ecosistemi per portare gli esseri umani alla vita in armonia con piante e animali), realizzata da chi ha una concreta e profonda comprensione della Biofilia (6), l’architettura vernacolare e sostenibile, oltre alle varie comunità indipendenti o alternative che desiderano preservarsi dall’omologazione.

Con l’urbanistica P2P a chiunque è possibile progettare e costruire il proprio ambiente, con l’utilizzo di tecniche e informazioni liberamente condivise. Le implicazioni derivanti da tutto ciò appaiono di vasta portata. In parallelo al movimento per il software libero e open source, la progettazione tanto di una città quanto del proprio ambiente di vita e lavoro dovrebbe fondarsi su regole progettuali liberamente disponibili, e non su norme “segrete” individuate da una qualche autorità. Inoltre, i codici urbani di tipo open source devono essere aperti alle modifiche, adattabili alle condizioni locali e individuali, caratteristiche che rappresentano il nucleo essenziale di ogni sistema open source. Ad esempio, lo “Smart Code” di Duany, Plater e Zyberk non solo consente, ma necessita di un adattamento e calibrazione alle condizioni del luogo in cui si viene ad applicare, e per tale ragione si può considerare a buon diritto un esempio di urbanistica P2P, nonostante le caratteristiche iniziali lo avvicinano a molte realizzazioni di new urbanism.

Una prima conseguenza di questo nuovo modo di concepire la città, sta nell’incoraggiare la richiesta di una maggiore quantità di spazi pubblici nell’ambiente urbano. L’urbanistica nel XX secolo ha deliberatamente eliminato gli spazi comuni e condivisi, dato che gli spazi aperti, che circondano gli isolati edifici modernisti, tendono a essere amorfi, ostili e perciò non fruibili. Spazi pubblici con qualche attrattiva si presentano qualche volta come spazi privati, controllati, all’interno di centri commerciali. In tal modo, si sono privatizzati, confezionati e rivenduti quegli spazi pubblici che pure sono essenziali per favorire i rapporti tra i cittadini, (e quindi costituiscono le fondamenta per valori sociali condivisi). L’urbanistica P2P viene a invertire una tale tendenza. Nel prossimo capitolo vedremo come la libera partecipazione cambia il modo stesso di attuazione dell’urbanistica.

 

Modelli partecipativi per l’urbanistica e l’architettura.

Luoghi o edifici costruiti in modo centralizzato e dirigista spesso vengono progettati rigidamente “sulla carta” e poi realizzati in base alle specifiche così predefinite, senza alcun margine di adattamento o coinvolgimento da parte degli utenti finali. In tal senso, gli esempi peggiori sono quelli risultanti dalle speculazioni edilizie, che di certo non hanno alcun fine di adattamento all’ambiente. Per quanto minimo e sottoutilizzato, è sempre esistito un terreno comune tra il pensiero P2P e quegli urbanisti/progettisti che hanno promosso la progettazione partecipata, uscendo dalle modalità consolidate per la realizzazione di un’opera. Si è trattato in genere di momenti partecipativi dal carattere temporaneo, vista la difficoltà di introdurre modifiche in corso d’opera. Il gruppo che supporta l’urbanistica P2P si è formato solo nel 2010, ma le prime esperienze di progettazione partecipata risalgono a qualche decennio fa, in particolare pensando al lavoro di J. F. C. Turner sull’auto costruzione in Sud America (7). Il saggio di Christopher Alexander più attinente al tema risulta il volume “A Pattern Language” del 1977 (8), seguito da “The Nature of Order”, più volumi editi dal 2001 al 2005 (9). Altre più recenti esperienze di progettazione partecipata, fondate sul concetto di collettività, sono state sviluppate e applicate da Agatino Rizzo e altri (10). Tali progetti sorgono in modo esplicito dalla definizione di proprietà comune per un dato spazio urbano, sia esso fisico o virtuale.

Dopo decenni di progettazione centralizzata, che ignora le condizione al contorno e le esigenze complesse degli utenti finali, e cerca di limitare al massimo gli spazi comuni per ragioni economiche, si sono dimenticati i modelli geometrici che hanno generato, nel corso della storia, gli spazi urbani di maggior successo per l’umanità. Si è così verificata una perdita importante, quella di una comune conoscenza che permetteva la costruzione di ambienti a scala umana anche senza l’ausilio di una formale progettazione a priori.

Le realizzazione urbane positive hanno una reale qualità della vita e sono sostenibili. Nella situazione attuale della progettazione modernista o post moderna, la principale preoccupazione nella costruzione è stata quella dell’impatto visivo del prodotto finito. Contrastando ciò, l’urbanistica P2P ha molto da dire riguardo la possibilità di considerare la progettazione come l’esito finale di un processo adattativo a dimensione umana. Si definisce così un insieme di qualità e obiettivi che sono universalmente condivisibili e accettabili dalla “gente comune”, pur non essendo ovvi. Ad esempio, occorre una paziente spiegazione per convincere tutti che una rete pedonale, inserita in città pensate per le automobili, piuttosto che aumentare il caos del traffico contribuisca di fatto alla riduzione dello stesso, cosa che tutti sono in grado di apprezzare. In termini di progettazione evolutiva per arrivare al risultato voluto, occorre un processo di progettazione passo – passo, tale da ricalibrarsi in tempo reale sulla base delle esigenze e bisogni umani: qualcosa di impensabile da ottenere attraverso un progetto preconfezionato o solo formale.

Vediamo ora in breve i modelli partecipativi che possono coinvolgere diverse tipologie di persone. Certamente si possono coinvolgere quegli architetti che si occupano di progettazione. Un architetto che lavora in un contesto ben definito può sapere, ad esempio, che in quella zona con un dato clima, uno sporto di gronda profondo 80 cm può proteggere un edificio alto tre metri dalle precipitazioni. Un costruttore a sua volta può essere abile nella sua costruzione, tanto da realizzare quel tipo di gronda utilizzando forme e materiali tradizionali della zona, utilizzando ben definite tecniche e materiali. L’utente finale dell’abitazione sarà poi sicuramente interessato a proteggere le finestre e i muri dalle piogge, ma potrebbe voler scegliere il tipo di finestra da installare: nel caso di una finestra che si apre verso l’esterno, questa non dovrebbe urtare contro la grondaia. Pertanto è importante stabilire una comunicazione tra utenti, costruttori, progettisti e qualsiasi altra figura coinvolta all’interno di un dato ambiente.

La nostra ipotetica regione, presa qui ad esempio, avrà sicuramente problemi simili ad altre regioni in differenti zone del mondo. L’urbanistica P2P consente così a persone in luoghi geografici lontani di condividere esperienze.

Il tempo occorrente per la prova e la verifica può essere ridotto semplicemente chiedendo, a chi ne è già a conoscenza, informazioni circa la costruzione di finestre e grondaie per proteggere dalla pioggia, ottenendo risposte supportate dall’esperienza. Problemi di rilevanza anche maggiore possono essere affrontati in modo analogo. Al posto di frasi astratte, dal sapore filosofico, quali “la forma della città deve riflettere lo spirito del tempo”, e “nel progetto le finestre devono simulare una parete” (per quel motivo?), possiamo condividere le esperienze esistenti per città umane e vivibili. Possiamo adattare buone pratiche alle condizioni locali, attingendo alle conoscenze di tutti coloro che partecipano alla comunità progettuale P2P.

Le imprese di costruzione che seguono i principi del P2P possono essere accolte positivamente dalle comunità entro cui operano, per il semplice fatto di trovarsi realmente in comunicazione costante con gli utilizzatori dei loro “prodotti”, non limitandosi alla realizzazione di costruzioni “mordi e fuggi”, costruzioni così non amate o non desiderate da nessuno.

Fino ad oggi, gli abitanti non hanno avuto la possibilità di operare alcuna correzione o di imporre un qualche “segno” nei progetti di architettura, neppure negli squallidi quartieri residenziali in cui sono costretti a risiedere per motivi economici. L’urbanistica P2P difende invece il principio secondo cui a tutti è consentito intervenire nell’ambiente quotidiano per assecondare le proprie esigenze, non affidandosi a un progettista completamente estraneo.

L’urbanistica P2P è definibile come modalità scientifica ma informale per la costruzione di edifici: si tratta di partire dalle conoscenze rese pubbliche, migliorandole, rendendole quindi di nuovo pubbliche in modo che altri possano a loro volta migliorarle. Si tratta di una progettazione che è giustificabile attraverso un sempre crescente numero di esperimenti scientifici, esperimenti in grado di interpretare gli effetti positivi o negativi che l’ambiente costruito ha sulla psicologia umana e il benessere (11). Le scelte istintive delle persone possono venire influenzate o dalla Biofilia (la predilezione per ambienti vitali) o dalla moda (spesso con conseguenze disastrose).

Uno dei momenti caratterizzanti il new urbanism è la “charette”, un evento che richiede prima del progetto stesso il coinvolgimento degli utenti nelle scelte di base, sebbene a volte tale coinvolgimento si realizzi in modo superficiale. Nonostante ciò, una charette ben impostata può non risolversi in un banale sondaggio d’opinione; può definirsi al contrario un processo didattico privo di dogmi, un dialogo alla pari tra varie figure decisionali che si conclude con un accordo finale. Il risultato finale per ogni partecipante si può sintetizzare con un aumento di conoscenza rispetto all’inizio del processo.

 

Nuove possibilità per gli emarginati.

Alcuni fautori dell’urbanistica P2P la percepiscono come possibilità per dare voce agli emarginati, consentendo loro di modificare l’ambiente in cui vivono. Una tale visione è condivisibile, ma non è l’unica. Un processo P2P dovrà in qualche modo canalizzare e amalgamare tra loro, con finalità pratiche e verso un obiettivo comune, pure individualità, scelte istintive e desideri. Si può rilevare una differenza enorme tra positive e negative forme urbane: solo nel primo caso vengono incoraggiate e si sviluppano relazioni sociali e culturali; le forme urbane negative ostacolano fra l’altro le interazioni e relazioni tra gli abitanti.

Per l’accesso all’edilizia pubblica e ai servizi realizzati dallo stato si è sempre operato con un approccio centralizzato, definendo così la suddivisione del potere all’interno dell’arena urbana. Desideriamo ora agevolare l’integrazione di chi è diviso da differenze di stato sociale, utilizzando lo spazio costruito come ausilio per il raggiungimento di un tale obiettivo.

Le minoranze o gli emarginati ricaveranno una formidabile forza dalla capacità di costruire il proprio ambiente anche senza impegno economico, nella consapevolezza di costruire qualcosa di positivo. Possiamo trovare vari esempi di ciò negli eco villaggi messicani, auto costruiti con materiali locali, dove ogni cosa è realizzata dalla mano dell’uomo. Con l’urbanistica P2P si dispone di uno strumento per integrare con successo due modalità realizzative: una è quella che parte dalla pianificazione su larga scala, la sola in grado di provvedere alle infrastrutture necessarie per una città sana; l’altra è la modalità dell’auto costruzione informale (spesso abusiva) che nei paesi in via di sviluppo si sviluppa in modo incontrollato.

Per gli emarginati, possiamo intuire conseguenze simili a quanto avvenuto nei paesi del terzo mondo dopo l’introduzione del software libero o open source: si creano esperti del luogo, ne consegue un’economia locale, l’intera nazione ne è arricchita e in grado di iniziare ad affrontare i propri problemi.

 

I possibili avversari dell’urbanistica P2P.

L’urbanistica P2P intende trasferire potere e conoscenza dalla corrente professione nell’architettura alle persone comuni. Ciò può non coincidere con gli interessi economici a breve termine da parte di chi possiede un tale potere. Suggeriamo qui ancora l’analogia con quanto è avvenuto attraverso l’utilizzo dei software gratuiti o aperti. Perfino nazioni in via di sviluppo, tipo Perù o Brasile, che hanno dichiarato di non preferire l’utilizzo di software proprietario (in genere prodotto negli Stati Uniti) temendo possibili azioni di spionaggio a causa di codici nascosti nei software, in modo entusiastico commissionano ad archistar edifici che vengono realizzati seguendo un “codice segreto”. Non comprendono la tremenda contraddizione derivante da tutto ciò. Chi lo comprende, e chi inizia a realizzare propri progetti e costruzioni, può risparmiare enormi somme di denaro evitando incarichi ad architetti famosi per il progetto delle città. Ovviamente, tali architetti non saranno entusiasti di una tale prospettiva!

Malgrado le apparenze (e molta propaganda di parte), la minaccia derivante da spazi e tipologie non adattativi e energivori è tanto forte oggi quanto lo era immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale. Ciò si verifica quando i centri storici delle città vengono sventrati e gli abitanti deportati in palazzoni simili a prigioni, secondo una visione progettuale psicotica che possiamo definire come “fondamentalismo geometrico” (definibile come quella ideologia che impone nell’ambiente costruito semplici solidi geometrici tipo cubi, piramidi, e pareti in cemento) (12). Questo più di qualsiasi altra cosa introduce l’alienazione nello spazio urbano. Sono proprio quei progetti architettonici e urbanistici più alla moda (gli stessi che vincono premi e incarichi) che annientano e distruggono completamente la città esistente a dimensione umana, imponendo forme gigantesche e utilizzando una tecnologia estremamente costosa, imposta dall’alto. Tali progetti, scandalosamente costosi, vengono sempre premiati dal potere centrale, senza alcuna reale partecipazione da parte dei cittadini.

Movimenti tipo “Landscape Urbanism” hanno anche tentato di riequilibrare la pratica corrente, utilizzando gradevoli spazi “verdi”, che sfortunatamente servono solo a mascherare le fondamentali qualità innaturali di questi edifici high tech, qualità che la loro geometria dichiara apertamente. Nelle foto e nei rendering delle riviste patinate, i giardini appaiono come splendidi e in armonia con gli edifici, ma gli edifici nella realtà hanno sempre forme standardizzate e anti urbane. Possiamo quindi affermare che l’attrattività di tali progetti è legata esclusivamente a un’immagine superficiale, a cui non corrisponde né una partecipazione degli abitanti né un adattamento alla dimensione umana. Per giunta, inserendo enormi ma invivibili spazi verdi nelle città non si fa altro che ridurre in realtà gli spazi sociali comuni a disposizione dei cittadini.

Non possiamo che sottolineare la radicale diversità dell’urbanistica P2P (che si forma essenzialmente da saperi locali comuni e utilizzando progettazione condivisa e adattativa) dall’“International Style”, ossia da quello stile industriale e globalizzato presente ovunque nel XX secolo. Quest’ultimo approccio favorisce l’industria pesante a spese delle maestranze locali e delle comunità di autocostruzione; ignora l’adattamento alla cultura locale e alle tecniche tradizionali, esclude del tutto la possibilità per l’urbanistica P2P di essere anche solo considerata come un’alternativa alle attuali pratiche costruttive.

Gli ambienti accademici hanno deliberatamente e completamente ignorato i temi propri dell’urbanistica P2P, e lo stesso atteggiamento è stato condiviso dagli organi ufficiali di informazione, tipo le riviste patinate che trattano di architettura. Nonostante una tale indifferenza, dato che l’essenza del P2P sta proprio nello scambio di informazioni e nei progetti comuni attraverso le rete globale, si è finalmente superato il blocco alla circolazione delle conoscenze, anche grazie alle tecniche sviluppate per la condivisione del software e delle informazioni. Più che potersi definire come un insieme di concetti, l’urbanistica P2P si fonda in modo cruciale su dei mezzi globali di libera trasmissione e diffusione, e si collega a canali educativi e di informazione alternativi a quelli controllati dalle classi dominanti nella società dei consumi.

Probabilmente il fallimento del primo progetto di Alexander a Mexicali, Messico, ha impedito una larga diffusione del new urbanism. L’esperienza di auto costruzione guidata da Alexander fu un successo, ma per le parti comuni si verificarono dei problemi dovuti a motivazioni varie, come riportato nel volume “The Production of Houses” (13). Nonostante ciò, il notevole successo del new urbanism, ottenuto attraverso la costruzione di edifici neo tradizionali, è da considerarsi un risultato diretto dell’idea di Alexander di “connettersi all’ambiente esistente”. Noi, come membri del gruppo che sta definendo l’urbanistica P2P, vediamo come un’opportunità per chiunque la tensione tra la cura che il new urbanism presenta per l’ambito privato/economico e l’alternativa orientata al sociale legata all’approccio P2P. Sono due aspetti che si possono rafforzare a vicenda. Importante è la condivisione del metodo di progettazione: in entrambi gli approcci, le regole per un’architettura e urbanistica a misura d’uomo sono aperte e liberamente accessibili a tutti.

 

Conclusioni.

Vitruvio, com’è universalmente noto, aprì il primo trattato sull’architettura affermando che l’architettura necessita dell’interazione tra pratica (costruire) e ragionamento (progetto)” (14). La situazione, tanto nel XX che ora nel XXI secolo, ha visto il dominio della pratica e della ragione di elitari e ben radicati progettisti e imprese. L’urbanistica P2P tenta ora la condivisione di tali saperi, consegnandoli all’intera umanità.

I cambiamenti nell’urbanistica necessari a coinvolgere gli utenti portano profonde implicazioni al di là delle questioni urbane, si tratta di implicazioni socio-politiche che alcuni intellettuali dell’area P2P hanno già individuato. Tali filoni di ricerca vanno approfonditi in quanto potrebbe verificarsi non solo che un cambiamento radicale della società possa condurre a una modifica del pensiero nell’urbanistica mondiale, ma anche il percorso inverso.

Vediamo l’urbanistica P2P, metodo applicabile in tutto il mondo, come l’unico antidoto alla continua egemonia dei progetti anti-urbani, regolati da autorità centralizzate. La città che ne deriva è il prodotto di un profondo processo socio-culturale, immagine di una armonica e umana comunità, tanto da accogliere anche i pedoni; se tutto ciò non si verifica siamo di fronte a una falsificazione.

 

Ringraziamenti.

Particolari ringraziamenti vanno a Audun Engh, Michael Mehaffy, Agatino Rizzo, e Eleni Tracada per i preziosi suggerimenti e critiche che hanno contribuito alla stesura del presente saggio.

 

Note.

1. Congress for the New Urbanism — http://www.cnu.org/

2. Smart Code — http://www.smartcodecentral.org/

3. Ward Cunningham’s Wiki — http://c2.com/cgi/wiki

4. Wikipedia — http://www.wikipedia.org

5. P2P Foundation — http://blog.p2pfoundation.net/

6. Permacultura — http://www.permaculture.org.au

7. John F. C. Turner (1976) Housing by People, Marion Boyars, London — http://www.amazon.com/Housing-%20People-Autonomy-Building-Environments/dp/0714525693/ref=ntt_at_ep_dpi_1

8. Christopher Alexander, S. Ishikawa, M. Silverstein, M. Jacobson, I. Fiksdahl-King & S. Angel (1977) A Pattern Language, Oxford University Press, New York — http://www.amazon.com/Pattern-Language-Buildings-Construction-Environmental/dp/0195019199/ref=ntt_at_ep_dpi_1

9. Christopher Alexander (2001-2005) The Nature of Order: Books One to Four, Center for Environmental Structure, Berkeley, California — http://www.amazon.com/Phenomenon-Life-Nature-Building-Universe%20/dp/0972652914/ref=ntt_at_ep_dpi_3

10. Agatino Rizzo’s CityLeft — http://cityleft.blogspot.com/

11. Nikos Salingaros, “Life and the geometry of the environment”, Athens Dialogues E-Journal, Harvard University’s Center for Hellenic Studies (November 2010) — http://zeta.math.utsa.edu/~yxk833/lifeandthegeometry.pdf

12. Michael W. Mehaffy & Nikos A. Salingaros, (2006) “Geometrical Fundamentalism”, Chapter 9 of: A Theory of Architecture, Umbau-Verlag, Solingen, Germany — http://www.math.utsa.edu/ftp/salingar.old/fundamentalism.html

13. Christopher Alexander, Howard Davis, Julio Martinez & Donald Corner (1985) The Production of Houses, Oxford University Press, New York — http://www.amazon.com/Production-Houses-Center-Environmental-%20Structure/dp/0195032233/ref=ntt_at_ep_dpi_8

14. Carroll William Westfall, “Why We Need a Third Architectural Treatise”, American Arts Quarterly, Volume 23, Number 3 (2006) pages 14-22 — http://nccsc.net/2006/8/15/why-we-need-a-third-architectural-treatise